Una casa fortificata, tre secoli e mezzo nelle mani della stessa famiglia, e un cortile dove il Trecento e il Quattrocento si danno la mano.
Chi sale da Villamagna verso Rignalla non vede un castello. Vede un muro alto, merlato, e un portone. Eppure è proprio quello: il nucleo fortificato attorno a cui il borgo è nato, ed è ancora lì — abitato, in piedi, con dentro otto secoli.
Gli Abati, e una sconfitta che cambia tutto
Nel Duecento questa collina apparteneva agli Abati, una famiglia fiorentina di parte ghibellina. La Torre, con le sue mura merlate, risale a quel periodo: non era un ornamento, era una dichiarazione. In una valle che guardava Firenze, chi possedeva una torre possedeva anche il controllo di quello che passava sotto.
Poi la storia fiorentina fa il suo corso. I ghibellini perdono, e con loro perdono gli Abati: l’esilio si porta via le famiglie e i loro beni finiscono confiscati. È il momento in cui Rignalla cambia mano — e cambia natura.
Tommaso Spinelli, il banchiere che non costruì nulla
Nel Quattrocento arriva Tommaso Spinelli (~1399-1472), e con lui arriva il denaro. Spinelli era un banchiere di primo livello: tesoriere di papa Paolo II, presente al Concilio di Basilea del 1435, uno di quegli uomini che nella Firenze del Rinascimento muovevano capitali fra Roma, le Fiandre e la Toscana.

E qui c’è il dettaglio che ci piace di più, perché è controintuitivo: Spinelli non costruì il castello. Lo adattò. Gli studi archeologici più recenti (Causarano, 2022) sono chiari su questo punto — e ridimensionano anche l’idea di “castello”: Rignalla non era un castrum come Villamagna, Montepilli o Montemasso, ma una “casa da signore” merlata. Una residenza forte, non una fortezza. La differenza conta: dice che qui, già nel Quattrocento, il potere aveva smesso di essere militare ed era diventato economico.
Quello che gli Spinelli fecero fu trasformare una struttura difensiva in una villa — mantenendo però le merlature, che a quel punto non servivano più a difendersi ma a ricordare a chi passava chi ci abitava.
Trecentocinquantacinque anni
Gli Spinelli tennero Rignalla per circa 355 anni, dal 1472 al 1827. È una durata che vale la pena fermarsi a considerare: quindici generazioni, la Firenze dei Medici, tre granduchi, Napoleone — e sempre la stessa famiglia, dietro lo stesso portone.
Nel 1827 l’ultimo di loro, Spinello Gaetano Spinelli, vende la proprietà a Luigi Piccioli per 42.000 fiorini. Alla morte di Piccioli, nel 1839, la villa passa alla figlia Sofia e al marito Luigi Alberti: sarà degli Alberti di Monterchi fino al 1883, quando viene acquistata dai fratelli Antonio e Giorgio Fossi. Ed è da loro che prende il nome con cui ancora oggi la conoscono tutti da queste parti: Villa Fossi.
Il cortile che nessuno vede
Nel 1907 Guido Carocci, uno dei grandi ricognitori del territorio fiorentino, descrisse così quello che si trova oltre il portone:
«alta e solida muraglia merlata, nel cui centro si apre il portone che dà accesso ad un pittoresco cortile, dove gli avanzi di architettura del Trecento si uniscono alle eleganti decorazioni del Quattrocento».
È la fotografia esatta di cosa è questo posto: due epoche sovrapposte nello stesso spazio. Le pietre della casa fortificata degli Abati, e sopra di esse l’eleganza che ci hanno messo i banchieri. Non l’una al posto dell’altra: l’una dentro l’altra.
Perché ce ne occupiamo
Perché ci passiamo davanti ogni settimana, con i nostri cani, e per anni l’abbiamo guardato senza sapere niente. Un muro merlato lungo una strada di campagna sembra solo un muro merlato — finché qualcuno non ti dice che dietro c’è la casa di una famiglia di banchieri del Quattrocento, costruita sopra la torre di una famiglia esiliata due secoli prima.
Camminare in un posto sapendo cosa c’è stato non è la stessa cosa che attraversarlo. È il motivo per cui questa serie esiste.
Fonti: Guido Carocci, I dintorni di Firenze, vol. II (1907) · Philip Jacks – William Caferro, The Spinelli of Florence, EDIFIR 2014 · G. Causarano, studi sull’insediamento medievale nel territorio fiorentino (2022, open access).
Nella prossima puntata: la Chiesa di Santa Maria, documentata dal 1260, e la campana consacrata da un arcivescovo che oggi è santo.